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SCELTI PER VOI: La ragazza Bambù

giovedì 25 maggio 2023


Eri sulla luna, perché tu vivevi lì. Sulla Luna.

 

Edward van de Vendel, autore olandese che ha pubblicato tanti libri per ragazzi, si è ispirato a una fiaba giapponese del nono secolo e l’ha reinterpretata ponendo accenti nuovi che ne esaltano i temi universali, quali l’amore, la cura e la libertà. Il libro, riccamente illustrato da Mattias De Leeuw, si apre con un personaggio misterioso che vive sulla Luna, una giovane ragazza che si appresta ad osservare cosa accade sulla Terra tramite un cannocchiale, si accomoda con l’intenzione di restare lì a lungo, si mette vicino un piatto di biscotti e del succo blu. Cerca, mentre ammira paesaggi giapponesi suggestivi e poetici.


La storia infatti comincia in una piantagione di bambù, dove vivono due anziani sposi che non hanno potuto avere figli, e quel giorno gli compare tra le canne una minuscola bambina che continua a ripetere «Jie». 


Tutto in lei era vero, e tutto era minuto. Eppure, era una bambina a tutti gli effetti, anche se alta solo undici centimetri. 


Un dono, solo questo poteva essere, e così i due anziani neogenitori si prendono amorevole cura di questa figlia comparsa dalla terra e dal bambù, era un germoglio molto speciale e con sconfinato affetto e gratitudine verso la sorte che gli è toccata, la crescono, fino a vederla sbocciare come una meravigliosa ragazza, così affascinante da far innamorare i personaggi più illustri di quel territorio. 


La storia ripercorre tappe delle storie classiche fatte di personaggi influenti, come il Ministro o l’Alto Consigliere, tutti arditi pretendenti che chiedono la mano di Jie, indicata da tutti come la Principessa splendente del flessuoso bambù. La ragazza però non vuole lasciare i genitori, è per loro che è arrivata, inoltre continua ad essere avvolta da un alone di mistero, avverte un forte legame e ha un compito che ha assunto con molta serietà e devozione, quindi, richiede ai pretendenti delle prove da affrontare difficilissime. Questi personaggi però, sebbene così influenti e potenti, cercano delle scorciatoie, usano i loro mezzi per evitarsi quelle fatiche. 

Ci sono colpi di scena, non manca l'aspetto avventuroso, che mettono in ridicolo la pomposità. In tutto ciò, la storia si sposta nei due piani narrativi, perché il lettore torna ancora sulla Luna, dal personaggio iniziale: uno spettatore che segue il corso degli eventi e che non sa cosa accadrà, esattamente come il lettore. 


Si tratta di un racconto delicato e fiabesco, con pagine ricchissime di immagini immediate e poetiche, dalla pennellata decisa, con colori intensi e continui richiami al Giappone tradizionale e ai toni della Natura, dove anche i contrasti creano emozione. 

La storia si complica, e non di poco, con la comparsa di un ragazzo senza nome di cui non svelerò nulla, e Jie si trova a scombinare ogni piano; questo nuovo imprevisto porterà a decisioni importantissime e coinvolgeranno, infine, anche il misterioso personaggio che osserva dalla Luna. 


La ritualità giapponese culmina nelle millecentoundici lettere d’amore, il sentimento che domina la storia. La libertà, infine, rilucerà più di ogni altro dono o aspirazione. 


Quanto è difficile e prezioso lasciare libero chi si ama o sentirsi liberi di amare, di cambiare strada o quanto è potente il travaglio prima di prendere decisioni faticose? Tanto è la risposta, ma la libertà è anche amore, soprattutto amore. 


Una bellissima storia, magica, che dall’antico Giappone restituisce riflessi di attualità, proprio perché i temi trattati sono universali. Piacerà anche agli adulti.

Stampato con Font Leggimi per agevolare la lettura, non mi resta che augurare:

 

Buona lettura!

 

Informazioni Tecniche

 

Titolo: La ragazza Bambù

Autore: Edward van de Vendel

Illustratore: Mattias De Leeuw

Traduzione dal nederlandese: Laura Pignatti

Editore: Sinnos

Codice: EAN 978-8876095245

Pagine: 240

Formato: cm 21x 14 brossura, copertina flessibile

Prezzo consigliato: € 16,50

Età: dai 9 anni




SCELTI PER VOI: LA BATTAGLIA DELLE RANE E DEI TOPI

martedì 25 aprile 2023

 

Questo albo non costituisce un'uscita recente ma mi è stata consigliata da un bambino incontrato in biblioteca il quale, senza conoscermi o sapere cosa ci facessi lì nella sala lettura riservata ai bambini, alla mia affermazione che stavo cercando un libro illustrato interessante, lui, sicuro, si è diretto allo scaffale di quello che, immagino, debba essere uno dei suoi libri preferiti, e mi ha portato questo splendido adattamento della Batracomiomachia, convenzionalmente attribuita a Omero minore. Mi sono sembrati motivi sufficienti perché io tenessi il suggerimento in gran conto e ve ne parlassi.

La versione originale, variamente attribuita a Omero o a Pigrete di Alicarnasso, si compone di 303 esametri e costituisce una parodia dei poemi omerici classici, Iliade e Odissea, composta con ogni probabilità intorno al V sec. a.C., sebbene esistano altre possibilità di attribuzione cronologica.
I protagonisti sono infatti la schiera delle rane e dei topi, i quali, per un incidente che costa la vita a Rubabriciole, figlio del re dei Topi Rodipane, finiscono per arrivare allo scontro, a una guerra che pur durando un solo giorno lascia sul campo di battaglia moltissime vittime.
Daniele Catalli che ne offre una riscrittura, assieme a una straordinaria narrazione visiva, da lui stesso realizzata, attraverso un sapiente lavoro di cartotecnica.
Ecco la storia di un solo giorno. Quello in cui i topi marciarono contro le rane. Cominciò così: all'alba di un giorno come tanti, un topo assetato si avvicinò a uno stagno. Tranquillo non immaginava le fatali conseguenze della sua voglia di bere. L'acqua brulica di vita e animali di ogni sorta guardano il topo. Alcuni sono indifferenti, altri diffidenti. Una rana dall'aria sorniona nuota fino a riva. Sputa per terra e poi gracida: - Questo è il Regno delle Rane. Io Gonfiagote, figlio di Paludoso e di Idromedusa, ne sono il sovrano. Apparteniamo sia al mondo sommerso che a quello emerso e al crepuscolo cantiamo la bellezza delle luci nel cielo. Spicchiamo balzi prodigiosi e nuotiamo rapidi come nessun altro. Lo stagno mi appartiene. Tu chi sei? Con quale diritto vieni a bere la mia acqua?


Comincia così la storia de La battaglia delle rane e dei topi, entrambi le specie di animali rivendicando per sé il controllo su un bene primario come l'acqua, l'acqua di uno stagno, popolato di numerose altre specie, ognuna della quali è parte del ciclo vitale di quel piccolo spazio. Eppure le Rane ne rivendicano il controllo, una pretesa ridicola e quanto mai inattuabile. E infatti Rubabriciole, ostentando anche lui l'appartenenza alla nobile schiera dei Topi, sostiene che l'acqua appartiene a tutte le creature.
La rana sembra comprendere, a tal punto che si spinge a offrire al malcapitato Rubabriciole di salire sulla sua schiena per poter ammirare un piccolo viaggio attraverso lo stagno.
Peccato che all'improvviso spunta dall'acqua una serpe e la rana, spaventata, dimentica l'ospite che porta sul dorso, e inabissandosi lascia che quello affoghi, non sapendo nuotare.
Da qui la vendetta e la guerra che ne scaturisce.

Nella narrazione antica la parodia, il ridicolo nasceva dal contrasto di una composizione linguistica che si rifaceva in tutto e per tutto a quella dell'epos omerico messa in scena  però attraverso animali, quali rane e topi. 
L'autore, Daniele Catalli, di questo aspetto riesce a mantenerne tutta la freschezza e la vivacità, pur cambiando prospettiva. Se infatti nella narrazione antica a un certo punto interviene Zeus in persona a riequilibrare le sorti della guerra, mandando, insieme al fulmine, una folta schiera dei granchi in aiuto alle rane, che stanno rovinosamente perdendo, qui nel testo attuale quello che viene messo in risalto è la brutalità della guerra, e per questo scempio non c'è nessun Zeus a intervenire. Restano i granchi che arrivano a dare manforte, ma nessuna divinità è chiamata in causa, tutto è merito, o forse meglio dire, responsabilità dei protagonisti della guerra, rane o topi che siano. 
Che tutto poi non duri che un giorno, quando la guerra di Troia dura dieci di anni, non fa che accentuare questo aspetto amaro e oscuro, privo di qualsiasi senso, che ogni guerra porta con sé, fosse pure una guerra di un solo giorno.

Il testo quindi non sembra risentire della riscrittura, questo certo anche per lo straordinario lavoro di cartotecnica che pagina dopo pagina, posiziona il lettore come spettatore di quinte teatrali, fondali scenici in cui le pagine sembrano trasformarsi scorrendo in avanti. 
E si sta lì con lo sguardo dentro la storia, a osservare lo sguainare delle spade, l'incrocio delle lance, l'accumulo dei morti in battaglia, la sfida ultima tra due soli eroi, Godilacqua e Scavacacio, il cielo buio che cade sopra la fine della guerra, di cui tutte e due le schiere si dicono vincitrici, ma a cui nessuno davvero sopravvive.
Godilacqua guarda il topo ferito e inerme, raccoglie la spada e gliela porge. 

-Tu combatti con onore, Godilacqua! Risponde la rana. 

 Risponde la rana: -Di chi difendiamo l'onore oggi? Oggi di noi due ne sopravviverà uno solo, ma ricorda che nessuno sopravvive veramente alla guerra.

Immaginare il finale è facile, eppure per niente scontato.

La storia antica, una riscrittura attuale, la costruzione delle illustrazioni, fanno di questo albo davvero un capolavoro, che sa restituire con grande amarezza e ironia la fotografia di tutte le guerre in giro per questa nostra terra.

Seguendo il consiglio di quel bambino, che ringrazio infinitamente, lo lascio a voi per la lettura.

Per voi Piccoli Lettori Crescono

INFORMAZIONI TECNICHE

TITOLO: La battaglia delle rane e dei topi

AUTORE: da Omero

ILLUSTRATORE: Daniele Catalli

EDITORE: Ippocampo Ragazzi 

FORMATO: rilegato, illustrato

PAGINE: 44 pp.

CODICE EAN: 978-886-7223-398

ETÀ DI LETTURA: da 6 anni

PREZZO INDICATIVO: euro 19,90


 

 

 

 






 



SCELTI PER VOI: ADDIO BIANCANEVE

mercoledì 22 dicembre 2021

 

Raccontare le fiabe richiede sempre una certa dose di coraggio, perché bisogna fare spazio, lasciar andare le immagini che si sono stratificate nelle mente, per ciascuno di noi in forme diverse, e che risalgono alla nostra personale esperienza di vissuto con la materia primigenia con cui sono impastate le fiabe. 

Quel coraggio ha a che fare con la distanza e con l'immersione dunque: distanza dalla consuetudine inveterata a ricondurre ogni narrazione ai nostri bisogni contingenti, spiccioli, quotidiani, per spiegarli e darne contezza; immersione nel dramma, inteso nel senso autentico del termine, ovvero quell'insieme di situazioni sceniche che rappresentano il multiforme e complesso articolarsi della vita e di cui i greci erano sommi maestri, questa volta sì sempre attuale, e dunque anche presente.

Beatrice Alemagna nell'accostarsi alla narrazione per parole e immagini della fiaba classica di Biancaneve dimostra di essersi completamente riempita di questo coraggio, di aver seguito, nell'espressione del segno grafico e nel punto di vista narrativo, uno sguardo non solo originale ma molto molto vicino a quella che personalmente immagino essere come una sorta di soglia tra narrazione orale e immaginario che ne scaturisce. 

Per intenderci è come se l'Alemagna nella realizzazione di questa visione abbia proceduto mettendo in opera strati e strati di immagini, scaturiti da un ascolto totale, profondo, immersivo appunto, del testo originario della fiaba.  

Questa dimensione prospettica di significato si percepisce fin dalla copertina e dal suo nuovo titolo: Addio Biancaneve, con il nome della protagonista che sembra sciogliersi come neve, mentre lei taglia di netto in diagonale con la lunga chioma corvina l'intera soglia d'ingresso, diretta a passo spedito verso l'interno della fiaba. Nell'entrare nel cuore della fiaba possiamo dire addio a Biancaneve, all'idea consolatrice che potevamo esserci fatta fino a ora, questo sembra voler comunicare non solo il titolo e la composizione scenica della copertina ma anche l'immagine stessa di Biancaneve che sembra marciare più che camminare.

Addio Biancaneve ci dice allora che è meglio se il lettore si prepara ad abbandonare le certezze consolidate nel tempo rispetto alla protagonista di questa fiaba.

Perché questa volta il punto di vista narrativo non sarà quello della bambina perseguitata dalla matrigna invidiosa. La voce narrante infatti, in prima persona, è proprio quella della matrigna. Sarà lei a raccontare la sua versione della storia, fino al finale, quello originale e tragico. 

Un rovesciamento di sguardi, necessario per chiunque voglia davvero accostarsi al cuore delle fiabe, per chiedersi, come fa l'autrice, dove e se i fratelli Grimm abbiano voluto collocare un'idea di bene. Ma ci chiediamo anche come sia possibile che quest'idea di bene possa resistere in un coacervo di sentimenti così complessi come sono quelli che abitano i cuori di Biancaneve e della sua matrigna. Forse più cautamente questa versione della fiaba ci invita a riconsiderare la nostra stessa idea di un bene assoluto, che vorremmo poter assegnare nella lettura in maniera inequivocabile e senza ombre, alla bambina, piccola, sola, bellissima e perseguitata da una donna adulta, invidiosa, che vuole farla uccidere, per fare spazio invece alla pietà.

Scopriamo, proprio perché a parlare è la matrigna, che il male, da lei incarnato - chi potrebbe dire il contrario, dal momento che è lei adulta a voler uccidere una bambina, e diciamolo pure, per questioni futili all'apparenza? - è cresciuto nel terreno fecondo del dolore e della solitudine, della paura, quella ultima e radicale della morte.

Di fronte al mio riflesso, come a un luttuoso presagio, grido. Sbianco. Morire o uccidere. O l'una o l'altra cosa, ormai. 

Questo dice la Matrigna, quasi in un sussurro, a se stessa.

Conosciamo così i pensieri più oscuri della nuova regina che non può tollerare la presenza di Biancaneve, che cresce, senza invecchiare, perché ancora giovanissima, che diventa sempre più bella, che ha ancora dinanzi a sé un futuro probabilmente luminoso mentre a lei non resta che farsi da parte. 

Non è la bellezza a far invidia e paura alla matrigna ma è la consapevolezza della morte. 

Il lettore continua a seguire il racconto della matrigna, la decisione di uccidere Biancaneve, la fuga della bambina nel bosco e l'incontro con quella casa, abitata da creature che sembrano spuntare direttamente dalla terra, nella quale Biancaneve trova rifugio.

Del seguito il lettore conosce già l'avvicendarsi dei fatti, ma ciò che rende la narrazione intensamente originale è il punto di vista di chi quei fatti li sta raccontando, come abbiamo detto, cioè la matrigna.

Della regina il lettore può conoscere il dolore che come un rovo la avvolge, può seguire strato dopo strato, immagine dopo immagine, tratto dopo tratto, il desiderio di morte, il male, la sofferenza,  può capire cosa trabocca nel suo cuore. 

Di Biancaneve invece non riesce a percepire molto, è come priva di quel risvolto che la renderebbe viva, umana. Appare la bambina sottile come un foglio di carta velina, pronta a seguire senza battere ciglio ciò che la vita le pone davanti. E così, nonostante tutte le raccomandazioni fatte dai nani, continua a cadere negli inganni della regina, fino a morire.

Eppure c'è qualcosa nella natura di Biancaneve che la rende equivoca: il suo corpo, nonostante sia morta, continua a rimanere intatto, la sua bellezza incorruttibile riuscirà a provocare dolore persino da morta.

E dalla bara di vetro in cui i nani l'hanno seppellita per poterla continuare a vedere la sua bellezza riesce a compiere l'impossibile: il passaggio del principe, la rottura accidentale della bara e il risveglio, fino all'epilogo finale, diabolico, agghiacciante, che costituisce la versione originale della fiaba e che Beatrice Alemagna ha saputo raccontare in modo così radicale e profondo che il lettore non può fare a meno di chiedersi in quale dei due personaggi abiti il male, per chi davvero provare pietà.

Questa versione della fiaba di Biancaneve è di una intensità che lascia sgomenti, che interroga, che ci richiama alla necessità di non edulcorare mai i lati anche più inquietanti delle fiabe, perché proprio lì si celano gli aspetti più misteriosi, i risvolti più intensi di ogni animo umano.

Le fiabe nelle loro versione originale parlano ancora a noi, parlano di noi.

Ma questa versione della fiaba è resa ancora più evocativa per la costruzione della sequenza narrativa di testo e immagini: alla doppia pagina del testo non segue in modo convenzionale la doppia pagina delle illustrazioni, come ci aspetteremmo. 

All'esattezza del testo, all'accostamento delle frasi minime e precise che caratterizzano la narrazione della doppia pagina, segue il vortice delle illustrazioni, pittoriche, in una sequenza quasi ossessiva, onirica, magmatica, caratterizzate dai toni scuri, e da uno sguardo prospettico immersivo, che invita il lettore letteralmente a tuffarsi in esse, nei volti stravolti dalla passione, dal dolore, dall'odio, negli interni delle reggia o dei boschi, nella casetta dei nani, spazi abitati da occhi spalancati, che fanno fatica a chiudersi, a riposare.

È una versione della fiaba che sia nel testo che ancora di più nelle illustrazioni ci convoca in modo scomodo per interrogarci su quel magma profondo di sentimenti e passioni, che hanno confini labili e che abita da sempre il cuore degli esseri umani.

Un libro che è anche un'opera d'arte, come suggerisce la rilegature tibetana, che permette una visione senza la cesura del mezzo della pagina, allargando a dismisura lo sguardo. 

Un libro davvero imperdibile, da custodire, leggere e condividere. 

P.S. Per chi si stesse chiedendo se questa versione di Biancaneve può essere letta e compresa anche dai bambini, dal momento che la stessa autrice afferma in una intervista che all'inizio non aveva pensato ai giovani destinatari ma aveva proceduto per una urgenza intima e profonda, credo che sia vitale per i bambini sperimentare la paura, la sofferenza, il dolore, l'inquietudine e farlo attraverso le fiabe, le storie, garantisce loro un modo per prenderne contatto, potendo esplorare i propri sentimenti nella dimensione protetta dal contesto narrativo. 




Per voi Piccoli Lettori Crescono, augurandovi per questo Natale, tempo lento e luminoso, tempo per leggere e condividere.

INFORMAZIONI TECNICHE

Titolo: Addio Biancaneve

Autrice: Beatrice Alemagna

Illustratrice: Beatrice Alemagna

Traduttrice: Lisa Topi

Editore: Topipittori

Codice EAN: 978-8833-700823

Formato: illustrato, rilegato

Pagine: 96

Età di lettura: dai 5 anni

Prezzo: 28 euro



 


SCELTI PER VOI: L'ombra di ognuno

lunedì 31 maggio 2021

 

 
 

Un giorno, è arrivato il Coniglietto. C’era un po’ di vento. E forse un’ombra. A volte i piccoli arrivano così. Come il vento. A volte come una tempesta. Il Cervo ha dovuto imparare ogni cosa. Ma il piccolo contava su di lui.


Il libro presenta tutti i personaggi che sfileranno lungo la narrazione, ma inizia con il Cervo e il Coniglietto, in cui si ritroverà il lettore adulto e il suo piccolo. Le situazioni, incastonate come camei nelle pagine, narrano la quotidianità e il tempo, la cura e l’amore, l’importanza degli attimi. Mentre il Coniglietto cresce, il Cervo ne ammira le competenze e ne stimola l’autonomia e il coraggio, anche se...


Il suo cuore diceva «Non così in fretta, non così in fretta!»

La metafora della nascita e della genitorialità, l’accudimento e la crescita, è rappresentata in modo molto dolce, i colori vividi si fondono in velature, strati di emozioni come un abbraccio cromatico, e nel gioco di luce e ombra, si fonde la gioia con quel lato malinconico, pauroso, misterioso, che accompagna ogni essere.
È la storia di un Cervo preoccupato, di un Coniglietto che vuole diventare grande, di un Soldato in guerra, di un Gatto che fa sempre lo stesso sogno, di un Libro che vuole sapere tutto e di un’Ombra.
Infatti, è il soldato a prendere la scena dopo i primi due personaggi. Arriva da lontano e a mano a mano che si avvicina, fa strage di foglie con la sua spada giocattolo. È chiaro che ci sia tanta energia e rabbia da veicolare in qualche modo, ma l’incontro con il Coniglietto triste modifica il suo gioco, finché non incontrano il Gatto. La comitiva si allarga e lo scambio arricchisce tutti, intanto la paura è la prima prova da sfidare. Chi non ha un po’ di paura? Ammetterlo, non è sempre facile, ma sebbene i protagonisti sembrino tanto diversi, in realtà li accomuna lo stesso percorso. Ed ecco il Libro, che vuole sapere più cose possibili e ha già vissuto un attacco da parte di un Soldato irrequieto, meno male che incontra il Cervo, che però è molto preoccupato.
La storia è una collana di storie, unite da un unico filo, è una vera avventura, piena di sottintesi e metafore, è una storia corale, che ha tutte le caratteristiche della fiaba, e raccoglie i sogni e le aspettative universali di ognuno, segue il percorso della vita e lo fa con una grande delicatezza. Le emozioni più forti riempiono le pagine di colore, pare che il foglio prenda vita e fatichi a contenere l’energia che sprigiona, a differenza dei camei che narrano le tappe del viaggio.
Ci sono frasi che parlano al cuore, come descrivere un momento di grande serenità, quando ci si sente amati e si avverte la cura che gli altri hanno verso di te?

Il Coniglietto sente come una casetta crescere dentro di lui.

Ogni Coniglietto dovrebbe poter provare questo sentimento delizioso, appagante e ristoratore.
I personaggi affrontano prove di coraggio, si confrontano, si confidano, a volte solo in parte, ma c’è un fluire di esperienza che li accompagna nella crescita, quel prezioso contributo che l’amicizia dona alla vita di ognuno. Alla fine della storia ogni personaggio ottiene la propria evoluzione, formata da nuove competenze ma soprattutto da una nuova consapevolezza, e il viaggio dell’eroe, anzi, degli eroi è compiuto.
L’ombra si rivela e stupisce, l’uovo fragile trova la sua giusta collocazione e ogni simbolo rimanda alla pienezza dell’esperienza, alle tappe della crescita, alla complessità della vita.
Si può pensare alla fiaba, alla storia di formazione, all’avventura onirica, questa è una storia ricca, che si presta a riletture sempre nuove, da leggere con calma, assaporandone anche le pause e gli sguardi rivolti alle stelle, perché la notte lascia uscire le storie, perché nello sfondo, c’è sempre l’ombra, ma non fa davvero paura.

L’autrice è anche l’illustratrice, artista belga pluripremiata, questo libro è finalista per il premio Andersen 2021 come Miglior Libro 6/9 anni, ed ha ottenuto molti riconoscimenti in Italia e in molti altri paesi.
Un libro sulla cura di sé stessi e soprattutto dell’altro, sulla crescita e su tanti aspetti importanti da scoprire ad ogni passaggio.
Buona Lettura!


Informazioni tecniche
Titolo: L’ombra di ognuno
Autrice: Mélanie Rutten
Traduttrice: Sara Saorin
Collana: Le piume
Editore: Camelozampa
Codice: EAN 9791280014160
Formato: 28x21,5 cm, copertina rigida
Pagine: 56
Prezzo indicativo: € 20
Età di Lettura: da 6 anni


SCELTI PER VOI: Pelle d'Asino

sabato 28 novembre 2020

 

«Bambina mia, non si sposano mai i propri genitori.»

La fata Lilla
(Dal film La favolosa storia di Pelle d’Asino di Jacques Demy, 1970)

Con questa citazione si apre la storia di Pelle d’Asino rivisitata da Cécile Roumiguière, basata sulle versioni e gli adattamenti di Charles Perrault, dei fratelli Grimm e di Jacques Demy.

Nel Regno il tempo si è fermato. La bellissima regina muore e lascia nel dolore il Re. Il dramma peggiore deve ancora avverarsi: persa la lucidità, il Re chiede in sposa la bellissima figlia, che per scampare a tale sorte contro natura, cerca l’aiuto della sua madrina Lilla, grazie alla quale può lasciare il regno. Lontano e sotto mentite spoglie, la principessa si ricostruisce una vita, si gestisce in modo saggio, è coraggiosa e determinata, fino all’epilogo felice. La principessa, infatti, è un personaggio forte, che non obbedisce, è paziente e astuta, oltre che bellissima. Le figure maschili di questa storia sono meno vincenti, è il taglio scelto da Cécile Roumiguière, scrittrice, autrice di teatro, cinema e sceneggiatrice. Ma anche dell’illustratrice Alessandra Maria, che raffigura iconiche figure femminili, ispirandosi all’arte del Quattrocento, alle icone russe, nella ricerca di un ritorno alle origini storiche e spirituali dell’iconografia in una prospettiva femminista dichiarata.

L’autrice scrive in appendice:

Quando Benjamin Lacombe mi ha proposto di riscrivere un testo classico che fosse per me importante, ho subito pensato a Pelle d’Asino. Se il racconto è innanzitutto la denuncia del desiderio di un padre di sposare la propria figlia, io vi scorgo un controcanto rivolto a tutti i bambini: crescere significa cercare un legame d’amore al di fuori della propria famiglia. L’argomento è senza dubbio difficile da trattare, ma crudelmente attuale... e questo racconto può colpire e coinvolgere i lettori e le lettrici di oggi. Pensando ai social network in cui ormai viviamo immersi, ho deciso di inserire una folla la cui voce torna come un ritornello ossessivo. Ai limiti del voyeurismo, questa folla registra senza intervenire e arriva perfino a incoraggiare la follia del padre purché il regno – e il proprio benessere – rimangano integri. Per fortuna la madrina compensa questa raggelante minaccia prendendo per mano Pelle d’Asino, accogliendola in una bolla magica fatta di solidarietà tra donne.
La versione originale di questo un racconto, antico come il mondo, è arricchita da nuovi “colori” che l’autrice ha incastonato con la sua poetica moderna, grazie a un gioco di sensazioni e di profondità universali che legano passato e presente.
Pelle d’asino fa parte di una collana di classici illustrati diretta da Benjamin Lacombe con l’intento di rivisitare storie radicate nel tessuto culturale per rivolgersi a un pubblico contemporaneo, senza rinunciare all’universalità e alla profondità delle versioni originali.

 Nota storica:

Se la versione più nota in Francia è una riscrittura in prosa del 1787 di un testo in versi di Charles Perrault, la vicenda di Pelle d’Asino è uno dei racconti più antichi della storia della letteratura. L’Orsa, prima versione di Pelle d’Asino, compare nel Pentamerone, una raccolta di racconti fantastici – la prima nel suo genere – di Giambattista Basile, pubblicata in dialetto napoletano intorno al 1635. Ma il racconto è ancora più antico. Alcuni ne riconoscono l’origine nella storia mitologica di Saturno che divora i suoi figli perché non gli tolgano il potere. I fratelli Grimm l’hanno ripresa nel 1819 in Dognipelo, gli anglosassoni la raccontano con il titolo di Cap-o’-Rushes (Cappello di giunchi), i russi con quella di Pelle di maiale... Storie simili a quella di Pelle d’Asino si trovano in tutto il mondo.
Questa principessa prende in mano il suo destino, la svolta finale passa attraverso una “torta con sorpresa”, che la libera dalla sua condizione: non contiene una lima, come nel luogo comune riservato a chi deve evadere da una prigione, ma nasconde un anello, che ha la stessa funzione della scarpetta di Cenerentola. Grazie al suo “Dolce degli innamorati”, Pelle d’asino entra nella Fortezza dei Cappelli Piatti da principessa, quale è sempre stata, liberandosi della maschera per sempre. È una donna che manovra gli eventi con astuzia e chiude il cerchio nel migliore dei modi.
L’autrice ha voluto ritrarre le luci e le ombre di questa vicenda, che avanza tra vulnerabilità e tenacia. 
Il mondo vegetale va citato perché ha una grande importanza, nel racconto è radicato nella potenza della natura, parte dal Regno pieno di giardini e attraversa l’oceano, per giungere e attraversare la foresta, che rappresenta anche la “foresta interiore” della paura di crescere, che accomuna il patrimonio della tradizione fiabesca. La principessa inoltre non mangia carni, è moderna anche in questa scelta consapevole, e converte il nuovo regno a un’alimentazione vegetariana, e in questo modo, ogni violenza si estingue.

 
Una fiaba forte, commovente, intensa.

Informazioni tecniche

Titolo: Pelle d’asino
Autrice: Cécile Roumiguière
Illustrazioni: Alessandra Maria
Traduzione: Francesca Mazzurana
Editore: Rizzoli
Collana: Ragazzi                             
Codice EAN: 9788817149044
Formato: 31x22,7 cm, brossura
Pagine: 64
Prezzo indicativo: € 20
Età di Lettura: dai 10 anni

Buona lettura!


 

L'importanza della fiaba non edulcorata

lunedì 15 maggio 2017

Viviamo in una realtà difficile, i bambini sono spesso spettatori anche inconsapevoli di telegiornali, edizioni speciali, immagini cruente che i media propongono di continuo.
Molte sono le domande che i bambini fanno e che noi stessi ci poniamo.
Dopo ogni atto di terrorismo, per esempio, ci si chiede: “Come spiegare gli attentati ai bambini”. 
Spiegare realtà difficili ai bambini è diventato un problema da quando le favole sono state edulcorate. Le favole con la trama e il finale "originale" non vengono più lette perché “sono troppo difficili”. Questo non fornisce ai bambini "la chiave per capire", l'elaborazione simbolica della paura perché i grandi, per primi, hanno paura della loro paura e sono infinitamente più fragili. Il problema non è la cronaca o una soluzione-medicina all'indomani di ogni fatto di cronaca, ma un immaginario indebolito da ri-fortificare.
Dietro la fragilità dei bambini c'è quella di un mondo incapace di offrire una sponda al problema del male: l'infinita fragilità di adulti, voraci consumatori di falsi miti di massa e di ogni genere di impostura, oggi, in aggiornata versione fake news, ma, si direbbe, incapaci di sguardo sulla realtà, come testimoniano continui episodi, ultimo dei quali la vicenda del bambino morto di otite. La questione non è nuova. L'ambientalista Ed Ayres spiega che: "...Un modello generale di comportamento tra le società umane è quello di diventare, via via che s'indeboliscono, più cieche alla crisi, anziché più attente".  E tuttavia, nel tempo, questa difficoltà a incontrare il reale, evidente in tutti gli ambiti delle nostre vite e della nostra società, paradossalmente si manifesta in campo educativo, a scuola, in famiglia, e ovunque vi siano bambini, in una calcificata resistenza nei confronti della finzione letteraria e del suo potere catartico, ove la letteratura non si configuri esclusivamente come attività di intrattenimento, ma diventi pratica di ricerca di senso.
Sono le fiabe, in particolare, a essere le prime vittime di questa ostile diffidenza.
Dopo qualche migliaio di anni, la più perfetta fra le finzioni, il più celebre degli incipit: "C'era una volta..." garanzia di distanza, e quindi di elaborazione simbolica, fra realtà del presente e passato della fiaba, non convince più.
Una ipotesi potrebbe essere che essendo gli adulti sempre più incapaci di distinguere fra realtà e finzione, individuino nella finzione letteraria, che obbliga il lettore a sospendere temporaneamente la propria incredulità, un potenziale innesco a traumi e comportamenti devianti, temendo che la fiaba funzioni da miccia a paure incontrollate e dannose alla crescita, come se i bambini apprendessero dell'esistenza della paura dalle fiabe e non la sperimentassero in prima persona nella propria esperienza quotidiana. 
Bisogna preparare un posto inerte, come le pagine di un libro. Bisogna usare anche il teatro, la recita come un’apparecchiatura spaziale e temporale che permette di far sorgere la storia, la realtà, le varie figure che la compongono. I bambini possono mettere in moto la storia e capire.
I bambini oggi ascoltano poche favole, le favole non sono più favole della tradizione perché queste sono favole che fanno paura e non possono essere raccontate ai bambini. Si può far vedere il male attraverso la società dello spettacolo ed escludere invece la catarsi della favola che sempre porta il lieto fine. 

Sarebbe necessario un ritorno dei bambini a favole che sono l’espressione di un’esperienza che conduce attraverso la vita della favola alla vita possibile futura di un bambino che diventerà adulto.
Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, La Bella e la Bestia. Illustrazioni di Angela Barrett, Eleanor Vere Boyle, Walter Crane
Già i Fratelli Grimm, a stare ai loro carteggi, si lamentavano del problema, osservando che il perbenismo dei lettori li costringeva a sistematiche ripuliture dei testi orali raccolti durante il loro lavoro di ricerca. E in effetti le loro Fiabe o Märchen, come le leggiamo oggi, sono il risultato di ben sei edizioni nelle quali si procedette a successive riscritture per adeguarle al gusto del pubblico borghese, disturbato dal perturbante delle narrazioni popolari.
Raccolte importanti a cui si dovrebbe attingere per letture ai bambini, prima ancora che ad adulti, senza timori e incertezze, poiché, come spiegano psicologi, antropologi, evoluzionisti, pediatri, educatori, la razza umana, adulti e bambini, da sempre hanno bisogno di sperimentare la paura, e la narrazione è uno dei sistemi più antichi ed efficaci perché questo avvenga, a livello simbolico, senza incorrere in pericoli reali.
Molto prima dei moderni studi antropologici, peraltro, nell'antica Grecia, filosofi e pensatori, a proposito di Poesia e Tragedia, interpretavano lo straordinario potere della finzione letteraria come catarsi. Ciò che avveniva durante la lettura di versi o sul palcoscenico induceva il pubblico a purificarsi, elaborando in profondità dilemmi etici, e vivendo intensamente come spettatori vicende che a tutt'oggi, nei teatri antichi di Siracusa, Taormina, Segesta, Epidauro, muovono le nostre
Bisogna tornare a  mettere al centro dell'azione scenica i bambini come ascoltatori di fiabe, spettatori, ma dentro il corpo stesso della fiaba, nel suo pericolo, attivamente impegnati a ricrearla con l'immaginazione, seguendo la narrazione orale e l'andamento sonoro della vicenda.
Per origine, storia e natura le fiabe si prestano più di ogni altro genere letterario a rielaborazioni, metamorfosi, riscritture attraverso i medium più diversi: dal teatro al cinema, al fumetto, alla poesia, all'illustrazione, alla danza, alla musica. Questa estrema duttilità è una grande risorsa dal punto di vista educativo, poiché permette di proporre ai bambini una quantità di varianti e di linguaggi che diventano ottimi strumenti di ri-narrazione e indagine. Il linguaggio in cui si sceglie di raccontare una fiaba, infatti, determina la forma stessa della narrazione portando, ogni volta, a galla delle vicende aspetti che in altre versioni rimangono impliciti, nascosti.
La fiaba di Pollicino di Perrault ha numerosi punti di contatto con quella di Hänsel e Gretel dei Grimm, in particolare nella parte iniziale che procede identica: la decisione dei genitori di abbandonare i figli a causa della miseria, l'abbandono nel bosco, lo stratagemma dei sassolini bianchi per ritrovare la strada di casa, e poi quello, fallimentare delle briciole mangiate dagli uccelli, che decreta lo smarrimento dei bambini e il pericolo di essere mangiati nel primo caso dalla strega, nel secondo dall'orco.
Se in Pollicino, infatti, sono le doti straordinarie del più piccolo dei fratelli e apparentemente incapace, a salvare gli altri, inetti, qui il lieto fine è sancito dalla collaborazione dei due bambini, ugualmente impegnati nel salvarsi reciprocamente la vita. 
Sottolinea questo significato anche Bruno Bettelheim che in Il mondo incantato dà una lettura di grande interesse di Hänsel e Gretel, in cui l'accento è posto sulla necessità dei bambini di affrontare il bosco per crescere, conquistare l'autonomia, liberandosi, attraverso il pericolo corso e superato, dalla tendenza regressiva a rifugiarsi nella casa e nel supporto dei genitori.
Fra il 1970 e il 1972, uno fra i più grandi illustratori del Novecento, Maurice Sendak realizzò una serie di illustrazioni per una selezione delle fiabe dei Grimm, edite poi nel 1973 da Farrar, Straus and Giroux con il titolo The JuniperTree. Per avvicinarsi alle storie e al loro immaginario, Sendak fece un lungo viaggio in Europa e in Germania, e un'accurata ricerca sugli stilemi della pittura tedesca, in particolare su Dürer. Quando il libro uscì, ci furono parecchie critiche riguardo al modo che aveva scelto per rappresentarle. Piuttosto contrariato, l'autore spiegò che più che “rappresentare” la storia, aveva voluto puntare al suo lato oscuro, sotterraneo: a quello, cioè, che la storia non dice, o meglio, dice nascostamente. Di queste fiabe gli interessava «cogliere il momento in cui la tensione fra storia ed emozione è perfetta, così che il lettore leggendo, possa sorprendersi, pensando che si tratta 'semplicemente' di una favola.» Ai molti che giudicarono queste immagini claustrofobiche, cupe, poche adatte ai bambini (che peraltro hanno sempre amato follemente il lavoro di Sendak come dimostra la fortuna dei suoi libri in tutto il mondo) affermò:
 «Credo che i bambini intuiscano il significato profondo di ogni cosa. Sono solo gli adulti che per la maggior parte del tempo leggono la superficie. Sto generalizzando, naturalmente, ma le mie illustrazioni non sorprendono i bambini. Loro sanno cosa c’è in queste storie. Sanno che matrigna significa madre, e che il suffisso -igna è lì per evitare che gli adulti si spaventino. I bambini sanno che ci sono madri che abbandonano i loro bambini, emotivamente, non letteralmente. Talvolta vivono con questa realtà. Non mentono a se stessi. E vorrebbero sopravvivere, se questo accade. Il mio obiettivo è non mentire loro.»
Sendak aveva ragione, naturalmente. 
Oggi sappiamo che l'ingresso della matrigna nella fiaba di Hänsel e Gretel, si dovette ai malumori del pubblico ottocentesco che nella madre della fiaba, attiva promotrice nell'abbandono dei figli, videro compromessa e infangata la figura materna, che invece si pretendeva intatta, nella sua tradizionale funzione di accudente angelo del focolare. 
Per questo le parole di Sendak risultano tanto più veritiere, lucide.
Non mentire ai bambini significa anzitutto per gli adulti non mentire a se stessi, recuperare la possibilità di confrontarsi con la realtà, saperla leggere, incontrarla. Magari proprio a cominciare dalla finzione letteraria, dalle fiabe che come scrive Italo Calvino nella prefazione alla sua raccolta:"Le fiabe sono vere ...."





  • Some credits research from: doppiozero
  • Giugno, 2017

Le fiabe sono più antiche di quanto pensiamo

 
Le fiabe che raccontiamo oggi – comprese quelle dei cartoni animati – sono molto più antiche di quanto fino a oggi si è creduto. Alcune, anche di quelle famosissime, sono narrate da migliaia e migliaia di anni, molto prima che la scrittura potesse tramandarle. Altre risalgono a tempi in cui le lingue che usiamo oggi non si erano ancora formate.
Una ricerca accademica – pubblicata sul Royal Society Open Journal e firmata dall’antropologo Jamshid Tehrani dell’università di Durham, nel Regno Unito, e dalla studiosa di folklore Sara Graça da Silva, dell’Università di Lisbona – ha messo a confronto 275 fiabe provenienti da tutto il mondo e ne ha tracciato gli schemi ricorrenti nelle varie lingue e culture. Scrivono gli autori: «Abbiamo mostrato che queste tradizioni orali probabilmente ebbero origine molto prima della scrittura, e abbiamo provato che una fiaba in particolare può essere rintracciata fino all’Età del Bronzo», che si situa tra il 3500 e il 1200 a.C. Tehrani e da Silva hanno utilizzato il metodo filogenetico, normalmente utilizzato in biologia, hanno cioè seguito il ramificarsi nelle lingue dei vari tipi di fiaba, così come sono elencati e categorizzati nell’indice di Aarne-Thompson-Uther, il sistema di classificazione delle fiabe pubblicato per la prima volta nel 1910 e aggiornato nel 2004. Lo studio rappresenta contemporaneamente una conferma e una confutazione delle teorie dei fratelli Grimm, Jakob e Wilhelm, che all’inizio dell’Ottocento raccolsero le fiabe della tradizione tedesca in Fiabe del focolare (Kinder-und Hausmärchen, 1812-1822) e Saghe germaniche (Deutsche Sagen, 1816-1818), libri considerati fondamentali per l’emergere del movimento romantico per l’enfasi sulla cultura nordica che nel secolo successivo sarebbe stato fatto proprio dal nazionalsocialismo. La studio dimostra – come volevano i Grimm – l’origine orale delle fiabe, e più in generale il fatto che la cultura, anche la nostra, ha radici che affondano in epoche di cui si è persa ogni traccia e ricordo. Ma lo studio confuta anche, una volta per tutte, l’idea che esistano tradizioni nazionali e, quindi, che le culture possano essere recintate nei confini degli Stati o delle lingue. Alcune fiabe dei Grimm, infatti, erano già presenti in Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (1634), nei Racconti di mamma Oca di Charles Perrault (Contes de ma mère l’Oye, 1697), o riprendevano temi e schemi già apparsi nelle Mille e una notte, in Esopo e Fedro, o addirittura nei miti greci e latini. Le fiabe sono gli schemi-base di ogni racconto e precedono ogni storia. Non è un caso che inizino con c’era una volta.
In Italia il lavoro maggiore di raccolta e censimento delle fiabe è quello fatto da Italo Calvino in Fiabe italiane, pubblicato da Einaudi nel 1956, e oggi da Mondadori negli Oscar e nei Meridiani. Per seguire il passaggio dall’oralità alla letteratura, va citato Racconti di orchi, di fate e di streghe che Mario Lavagetto ha curato sempre per la collana dei Meridiani.
 
Da: ilpost.it
Gennaio 22º, 2016

 
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