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DAL LIBRO ALLO SCHERMO: JOJO RABBIT

lunedì 27 gennaio 2020


Johannes Betzler ha 10 anni e vive in un non identificabile paesino della Germania, quando imperversa la guerra e la furia nazista.
Jojo, così lo chiamano la mamma e i suoi amici, ha un carattere schivo, sensibile. 
Così quando finalmente comincia a far parte della Jugend Folk, l'associazione giovanile che deve far crescere e plasmare le menti e i corpi secondo l'ideologia nazista, Jojo sente che può farcela, che è arrivato il suo momento, il suo riscatto: può e deve diventare un perfetto e forte nazista.
Ma fin da subito, in un caleidoscopico e drammaticamente ironico vortice di azioni rocambolesche, lo spettatore intuisce che le prestazioni richieste ai bambini sono un addestramento e una pratica della violenza, improprie persino per un adulto, figuriamoci per un bambino. E infatti Jojo resta gravemente ferito al volto e a una gamba. 
Per fortuna il suo miglior amico, immaginario, sa sempre dargli buoni consigli. Peccato, e qui sta il colpo di scena e la genialità del film, questo miglior amico immaginario veste i panni di Adolf Hitler. Un Fürher però ridicolo, e, a tratti, forse esageratemente divertente, che lo sostiene nelle sue incertezze, lo motiva nelle sue fragilità. 
Fino a quando Jojo scopre che sua madre, come peraltro suo padre, scomparso da due anni,  collabora con la resistenza, di più, protegge nella sua stessa casa una ragazza ebrea, amica della sorella scomparsa. 
Per Jojo è arrivato il momento della prova, perché pur nel tentativo di applicare a Else, le categorie di giudizio inculcategli dal regime sugli ebrei, alla fine non trova in lei nulla di pericoloso, e così, nonostante ancora un bambino, se ne innamora.
Jojo affronterà prove durissime durante tutta la storia, che lo porteranno a crescere, a scegliere di mandare a quel paese quell'amico immaginario, rivelatosi violento e falso, e a salvare Else.
Un film straordinario non solo per la prospettiva da cui viene narrata la storia, quella del bambino protagonista, ma per non aver ceduto a una negazione della brutalità del regime nazista per timore di ferire gli spettatori giovani, cui è destinato: la madre di Jojo (interpretata da una bravissima Scarlet Johansson) finisce impiccata per aver osato appoggiare la resistenza, drammatica e dolorosa è la scena nella quale Jojo resta a contemplare la madre morta, nella più assoluta solitudine e indifferenza. 
E straordinaria è invece l'ironia, la ridicolizzazione del sistema, che crea distanza, disappunto, e che viene scelta dal regista, Taika Waititi (che impersona proprio i panni di Hitler) come strumento di dissenso, come opportunità di tradurre a un pubblico giovane, l'assurdità di un sistema di potere violento e ingiusto, come occasione per scegliere da che parte stare.
Ridicola è la scena in cui per ben 51 volte viene ripetuto il saluto nazista, o assurda è quella nella quale i bambini vengono spinti ed esaltati a bruciare i libri. Ma il film è disseminato di questa ironia, perché ne costituisce il tratto essenziale, distintivo, paradigmatico di come poter narrare a un pubblico giovane l'orrore che ha infuriato in Europa a partire dagli anni '30.
Straordinaria è inoltre la scelta della colonna sonora che va dai Beatles a Tom Wait, da David Bowie a Ella Fitzgerald, mentre le musiche originali sono Michael Giacchino, che vinse l'Oscar con la colonna sonora di Up.
Un film peraltro ispirato a un libro di Christine Leunens, tradotto in italiano in Come semi d'autunno, in cui Johannes è un adolescente in una Vienna devastata dall'ideologia nazista, libro purtroppo oramai introvabile.
Quando le scene si chiudono, sullo sfondo di una città distrutta e di Jojo e Else, che devono provare a ricostruire la loro vita, campeggia sullo schermo una poesia di R.-M. Rilke:

Lascia che tutto ti accada
bellezza e terrore
Si deve sempre andare:
nessun sentire è mai troppo
lontano.

Per voi Piccoli Lettori Crescono, per seminare memoria e generare futuro.


Dal libro allo schermo: Nelle pieghe del tempo

venerdì 25 maggio 2018

“Era sola in mezzo al nulla. Niente luce, né rumore, né alcun tipo di sensazione. Dov'era finito il suo corpo? Presa dal panico, provò a muoversi, ma scoprì di non avere proprio nulla da muovere. Era sparita, proprio come la luce e il rumore...”

NELLE PIEGHE DEL TEMPO, titolo originale:"A Wrinkle in Time" è l'adattamento cinematografico del primo volume della saga sci-fi scritta da Madeleine L'Engle, tra gli anni sessanta e ottanta, edito in Italia per Giunti e come graphic-novel da Mondadori, Vincitore della Newbery Medal, del Sequoyah Book Award, del Lewis Carroll Shelf Award, con 70 edizioni in America e oltre 9 milioni di copie vendute.



Il film diretto da Ava DuVernay, racconta le avventure della quattordicenne Meg Murry, della sua famiglia di menti geniali e dei loro strampalati vicini di casa.
Figlia di due fisici di fama mondiale, Meg ha problemi di autostima come tutte le ragazzine della sua età, fatica a integrarsi e cerca disperatamente di farsi degli amici. Non sa ancora di aver ereditato la mente brillante del suo papà e di essere incredibilmente dotata come il fratellino Charles Wallace. A peggiorare la situazione interviene la sconcertante scomparsa del signor Murry, evento che tormenta Meg e che lascia sua madre con il cuore a pezzi. Tuttavia, poco tempo dopo la scomparsa dello scienziato, tre donne dall'aspetto eccentrico e un nome altrettanto peculiare, le signore Whatsit, Who e Which (impersonate rispettivamente da Reese Witherspoon, Mindy Kaling e Oprah Winfrey), spediscono Meg, suo fratello minore e l'amico Calvin nello spazio, per salvare il genitore rimasto intrappolato in una faglia temporale.
Catapultati in mondi oltre i confini della loro immaginazione, grazie a un congegno magico che permette di scivolare lungo le pieghe del tempo e dello spazio, i tre ragazzini si imbarcano in una formidabile impresa contro un nemico potente e sconosciuto. Per poter tornare sulla Terra, Meg sarà costretta a guardare a fondo dentro se stessa e ad accettare i suoi difetti per raccogliere la forza necessaria a sconfiggere l'oscurità che avvolge lei e i suoi amici...
Il film ha inoltre una forte impronta femminile, come d'altra parte aveva anche il libro e una v
ariante multirazziale che è stata aggiunta alla famiglia Murray.

Un classico della fantascienza per ragazzi rivive al cinema.

«Mamma. Credi che le cose abbiano sempre una spiegazione?»
«Sì, credo che ce l'abbiano. Ma temo che i nostri limiti non ci rendano sempre in grado di capirle...»
 
 

DAL LIBRO ALLO SCHERMO: Wonder.Il Potere della Gentilezza

mercoledì 3 gennaio 2018


Ho sempre pensato che i bambini siano i nostri veri maestri di vita.
I bambini sono le poche persone serie che affrontano il mondo con il sorriso anche nelle situazioni più difficili.
Con il sorriso e la gentilezza.
C'è un dilagante costume che inneggia all'aggressività, all'attacco alla giugulare.
Dice il proverbio che se la volpe non riesce a raggiungere l'uva dice che è acerba. 
E dell'acerbo, dell'acidità, si ciba quotidianamente un modello che va per la maggiore al giorno d'oggi: il rancoroso cronico.
Il grande rancoroso lo troviamo dappertutto, dalla tv al web, dal pubblico al privato, in strada o in ufficio, per non parlare dei social, dove non perde l'occasione di sbatterci in faccia o urlarci la sua rabbia, le sue frustrazioni, accusando senza interrogarsi, senza fermarsi, senza sapere il come o il perché, l'importante è affondare i denti.
Se lo avete riconosciuto o ne avete uno a fianco, fategli trovare nella calza della Befana il libro Wonder e un biglietto per vederlo anche al cinema. 
Sì, perché a questo grande e diffuso rancore, ai portatori di livore che serpeggiano attorno la risposta è sempre la gentilezza.
Quella gentilezza di cui i bambini o chi appartiene a questa categoria di spirito  sono portatori sani.
Ci sono almeno quattro fatti meravigliosi in Wonder.
Il primo,  appena citato, l'incredibile potere del garbo.
Il secondo il dipingere i genitori di Auggie il bambino protagonista come delle "sliding doors", delle porte scorrevoli. Infatti, la loro funzione principale all'interno della storia è sia quella di proteggere Auggie e la sorella Via  dalle brutture del mondo, sia quella di lasciarsi attraversare, in modo che i figli vadano oltre al caos della vita. Il terzo che ribadisce come la scuola sia – ancora - il luogo più importante dell’educazione e della crescita personale, e, infine, il quarto che rivendica una morale che non ci si stanca mai di sentire. L’ironia, l’intelligenza, l’amore, sono i mezzi con cui si reagisce alle durezze della vita, passando da una situazione di debolezza a una di forza.
Il film di Stephen Chbosky non tradisce la storia. È molto fedele. Si trova lo stesso tono caustico, irriverente, mai vittimistico del romanzo, che  contribuisce a irrobustire il  livello di immaginario creando il mondo del protagonista ancora più forte, preciso, caldo e accogliente anche divertente del romanzo e che cambia radicalmente la nostra prospettiva di guardare. Nella pellicola  c’è grande fedeltà anche all’aspetto più importante del libro: la diversità che diventa nel corso del film da motivo di sospetto e di diffidenza, a qualità imprescindibile da cercare, sottolineando l'unicità della persona.

Non mi resta che dirvi per favore, leggetelo, regalatelo e andatelo a vedere, non ve ne pentirete.
Grazie

DAL LIBRO ALLO SCHERMO: IL CANTO DI NATALE

mercoledì 20 dicembre 2017


“Marley, prima di tutto, era morto …” 
È per lo meno eccentrico come attacco, incipit per il più bel racconto sul Natale che mai sia stato scritto. Ma è proprio così che inizia il primo capitolo di un intramontabile classico del 25 dicembre, una delle opere più famose e popolari di Charles Dickens:”Il Canto di Natale” noto anche come Cantico di Natale, Ballata di Natale o nell’originale inglese:”A Christmas Carol “.
Non fatevi ingannare, non c’è trasposizione televisiva o cinematografica che regga il confronto con le parole animate di Dickens, la cui lettura, quasi arrivassero da secoli lontani avvolte in una formula arcana,  sprigiona, improvvisamente, il sortilegio di passi che fondano nella neve tra scampanellii di slitte trainate, di strette di mano infreddolite, nasi rossi e voci argentine che gridano:” Buon Natale Mr. e Mrs…” con sottofondo di campane a festa… Insomma non c’è niente che ti possa catapultare nella magia del Natale come il Canto di Natale di Dickens e anche se viviamo in angusti monolocali,  già dopo le prime pagine di questo impareggiabile capolavoro, ci sembrerà di leggerle accoccolati al tepore di un grande caminetto vittoriano tra i ceppi scoppiettanti e fiocchi di neve alla finestra…
 Per chi non conoscesse ancora la trama: il protagonista è il vecchio avaro e gretto Ebenezer Scrooge, uomo d’affari perennemente arabbiato, polemico e senza scrupoli che si rifiuta categoricamente di celebrare il Natale e tutto ciò che rappresenta e non si può tradurre in moneta sonate: gli affetti, la cordialità, la bellezza della vita …Su tutto ha da ridere il bellicoso Scrooge!
Tanto è avverso alle festività che costringe il suo contabile Bob Cratchit, un buon uomo che ama la famiglia e soprattutto il più piccolo dei figli, Tim molto malato, a lavorare in condizioni pietose anche il giorno della Vigilia. Scrooge, lo spietato non ha amici e a chi gli rivolge un augurio benevolo, risponde scontroso borbottando come una pentola a pressione, caccia via in malo modo perfino il nipote Fred, figlio della sorella defunta, perché l’unica compagnia che Scrooge desidera è quella della cassaforte!È sera nella vuota e fredda casa di Scrooge. Stranamente, entrando l’avaro despota intravede la sagoma di un suo stretto collaboratore riflessa nel battiporta: Jacob Marley, suo socio d’affari defunto. Scaccia i pensieri e cerca di mettersi a letto ma viene disturbato da rumori inquietanti: catene, il passaggio di un carro funebre, una campanella che tintinna… Finché la porta della stanza da letto si spalanca e compare proprio: Jacob Marley o meglio il suo fantasma! Da questo episodio inizia per Scrooge un viaggio che ricorda per molti aspetti quello di Dante ma al posto di inferno, purgatorio e paradiso troviamo le dimensioni del tempo: presente, passato e futuro… Non sarà affatto piacevole percorrerle per Scrooge ma sarà di vitale importanza perché grazie all’intervento di altre eteree presenze oserei dire virgiliane, Ebenezer Scrooge, l’arraffa, il taccagno, lo scorbutico Scrooge si ravvede, cambia rotta fino al il finale commovente e lieto dove : 
”… dà di matto, salta dalla gioia, ride fino alle lacrime…” 
sbalordendo la città intera e divenendo un vero e proprio dono di Natale per chi avrà il piacere di incontrarlo!

Adoro Il Canto di Natale di Dickens è tra i miei libri preferiti.
Prendete l’abitudine di leggerlo e rileggerlo ai più piccoli, ogni anno, quasi ad aprire le danze ad una tradizione familiare di un incantevole tempo sospeso tra desideri e speranze  che forse esiste solo nei nostri sogni ma proprio per questo non significa che sia meno vero.

L’Autore

Non me ne vogliate se per questioni di spazio sarò costretta a riassumere in poche righe la biografia di Charles Dickens scrittore inglese nato nel 1812. Ha vissuto un’infanzia traumatica e  terribile a causa del crollo finanziario della famiglia. Il padre infatti finì in prigione per debiti e Charles Dickens fu costretto a lavorare in fabbrica appena dodicenne (per fabbrica s’intende una fabbrica dell’800 ossia una baracca infestata dai topi), dove Dickens, incollava etichette su flaconi di lucido da scarpe. Egli stesso ricordandola in Tempi Difficili descrive quel periodo come: ”… Non vi sono parole per descrivere la segreta agonia dell’anima … nel sentirmi spezzare nel petto le vecchie speranze di poter essere un giorno uomo colto ed eminente…” ma la vita si sa fa dei giri di boa imprevedibili e Charles Dickens giunto alla maggiore età diventerà “uomo colto ed eminente” da cronista parlamentare ad uno dei più grandi romanzieri dell’Ottocento, ricordiamo oltre al“Canto di Natale”,“Il circolo Pickwick”, “Oliver Twist”, David Copperfield” “La bottega dell’antiquario”, “Le due città”, “Dombey e figlio” e molti moltissimi altri capolavori.

Cosa dicono del libro:
«… Mi sono cimentato in questo libricino di fantasmi per suggerire il fantasma di un’idea che non vi faccia inquietare, lettori miei, né con voi stessi, né fra di voi, né con il tempo e tantomeno con me. Possa esso vagare benaccetto per la vostra casa senza che desideriate scacciarlo. Il vostro fedele amico e servitore ... Dicembre 1843 - Charles Dickens ~
« …Ci sono molte cose, credo, che possono avermi fatto del bene, senza che io ne abbia ricevuto profitto: Natale è una di queste. Un periodo di gentilezza, di perdono, di carità, di gioia nel quale uomini e donne sembrano concordi nello schiudere liberamente i cuori serrati e nel pensare alla gente che è al di sotto di loro come se si trattasse realmente di compagni nel viaggio verso la tomba, e non di un’altra razza di creature in viaggio verso altre mete…  - Charles Dickens ~


Magari i vostri figli  non sanno che Christmas Carol di Robert Zemeckis è più o meno la cinquantesima versione cinematografica del celebre racconto di Dickens. Prima di andare al cinema, vi raccomando caldamente... regalate e leggete il libro non ve ne pentirete!
E con questa meravigliosa proposta noi redazione di Piccoli Lettori Crescono - Book Avenue KIDS vi auguriamo uno splendido Natale e Felici Feste tutte!
Arrivederci all'anno prossimo! 

DAL LIBRO ALLO SCHERMO: La grande Gilly Hopkins

lunedì 13 novembre 2017

Cosa voleva, in realtà?
Smettere di essere una "bambina in affido".
Essere vera, senza virgolette.
Essere cigno, non più brutto anatroccolo, essere Cenerentola con tutte e due le scarpine ai piedi, Biancaneve dopo i nani... Essere Galadriel Hopkins, finalmente diventata se stessa.

Per la rubrica:"Dal Libro allo Schermo" oggi, vi propongo un classico per ragazzi, pieno di calore, arguzia e ironia: La grande Gilly Hopkins, la cui protagonista è una ragazzina unica, terribile, indifesa, spregiudicata e sincera allo stesso tempo, perdutamente innamorata e perennemente alla ricerca della madre che non vede dall'età di tre anni e che l'ha abbandonata nelle mani dell'assistenza sociale e di una serie infinita di famiglie affidatarie.
La commedia drammatica diretta da Stephen Herek è stata sceneggiata e prodotta da David L. Paterson, che ha adattato questo libro per ragazzi di Katherine Paterson, la stessa autrice del romanzo Un ponte per Terabithia ripreso in un film per il cinema nel 2007.


Nel film, l’undicenne Gilly (Sophie Nélisse) è ben nota agli assistenti sociali e, al causa del suo carattere del tutto ingestibile, ha cambiato diverse volte famiglie affidatarie. Pur continuando a sperare di ritrovare la madre naturale Courtney (Julia Stiles) e non potendo la nonna (Glenn Close) occuparsi di lei, viene mandata a vivere con i Trotters.La famiglia ancora più strana di quanto lei stessa non sia, Gilly non ha alcuna intenzione di rimanere nella loro casa ma l’allegra e affettuosa Maime Trotter (Kathy Bates) non si arrende di fronte alle sue resistenze e cerca di conquistarla. Il piano di fuga che Gilly elabora però non va a buon fine e lentamente la bambina comincia a guardare la nuova famiglia con occhi diversi...

Katherine Paterson è nata nel 1932 in Cina, dove ha vissuto fino allo scoppio della guerra con il Giappone nel 1937. Da allora dice di aver cambiato più di trenta case in tre Paesi, tra i quali il Giappone, dove probabilmente sarebbe rimasta se non avesse incontrato suo marito durante un congresso a New York. Ha vinto innumerevoli premi, tra i quali i prestigiosi Newbery Medal (per Un ponte per Terabithia, Mondadori 2007, libro dal quale è stato tratto un film), l'Hans Christian Andersen Award e, nel 2006, l'Astrid Lindgren Memorial Award.



DAL LIBRO ALLO SCHERMO: Paddington, un'orsetto dal cuore grande!

lunedì 23 ottobre 2017



Panini con marmellata d'arancia e cioccolato. Questo piace all'orso di pezza che i signori Brown hanno incontrato alla stazione londinese di Paddington. Lo hanno trovato seduto vicino a una vecchia valigia di cuoio con un cappellaccio in testa e un cartello al collo con la scritta:


Per favore, prendetevi cura di quest'orso. Grazie


Da allora la vita della famiglia Brown non è più la stessa. Infatti, per quanto "ben educato", Paddington è quel tipo d'orso che ha la spiccata capacità di combinare pasticci e ficcarsi sempre nei guai! 


L'orso Paddington fu pubblicato per la prima volta nel 1958 e da allora è il protagonista di decine di libri tradotti in 40 lingue nel mondo.
Partito dal Perù e approdato a Londra, l'orsetto viaggiatore, nato dalla penna di Michael Bond è sbarcato al cinema nel 2014 e, ora, ritorna con: "Paddington 2".


L'orso Paddington, con il suo montgomery blu, il capello rosso e una vecchia valigia di cuoio è diventato un simbolo dell'integrazione made in U.K. 
Pur essendo un immigrato sudamericano, Paddington è stato accolto e adottato come un inglese al 100% e per i suoi 50 anni la sua immagine è stata stampata addirittura su un francobollo.
Anche Google gli ha dedicato un doodle con l'orsetto a metà strada tra il Perù e l'Inghilterra.
Persino, il principe Harry è apparso in occasione di una giornata di beneficenza con indosso un grembiule di Paddington!
Il film non è l’unico modo con cui il mondo britannico ricorda l’amato personaggio della letteratura inglese.
A Londra è stato organizzato: The Paddington Trail, una sorta di percorso con 50 statue dell’orso Paddington dislocate per la città e con altrettanti look diversi realizzati per lui da star e designer come Nicole Kidman, Kate Moss, David Beckham.

Si poteva trovare l’orsetto viaggiatore a Heathrow, al Tower Bridge e, ovviamente, ai magazzini Selfridges, dove Micheal Bond comprò un orsetto di peluche per la moglie che ispirò il suo libro.
Il Musem of London gli ha dedicato una mostra molto particolare con oggetti che tracciano il suo viaggio dalla penna allo  schermo, inclusa la macchina da scrivere del suo autore, scomparso all'età di 91 anni, il 27 giugno di quest'anno.
Nel 2002 la National Portrait Gallery di Londra aveva incluso Michael Bond tra i più grandi autori per ragazzi del Novecento.
Un grazie quindi a lui e ha questo personaggio così significativo.
Quant'è vero che dai bambini e dai libri per bambini c'è sempre da imparare!


CHI: Harper Lee. La Luce oltre

venerdì 8 settembre 2017

Silenziosa, tranquilla, precisa. Scrisse un libro e mandò in pensione il razzismo. Il suo pallino? Leggere. 

 

Si può vivere in punta di piedi. E fare un sacco di rumore. 
Si può scrivere un solo romanzo. E stare zitti per tutta la vita. 
Si può diventare l'ombra di un grande scrittore, l'idolo di un'intera nazione, l'icona dell'emancipazione. E restare in disparte, sparire dai rotocalchi, chiudersi nel proprio salotto.
Per fare cosa? Per leggere un altro libro. 
Chi più sa, più vuole sapere.
Sto parlando di Harper Lee, classe 1926, cittadina del profondo Sud U.S.A Alabama, autrice di: "Il buio oltre la siepe",
titolo originale " To Kill a Mockingbird "(Uccidere un usignolo).
Harper era un maschiaccio, si vestiva male e leggeva bene. No, anzi, benissimo. 
Come tutti gli scrittori, provò a fare altro, ma il richiamo delle parole fu più forte delle sirene di Ulisse. 
Entrò e uscì dall'Università. Si mise persino a staccare biglietti per una compagnia aerea. 
Poi, un Natale, una coppia di amici le inviò una busta come regalo. Dentro c'era un assegno e un biglietto che diceva: 

"Ti regaliamo un anno senza lavoro. Usalo per scrivere quello che ti piace. Buon Natale, carissima".

L'estate successiva partoriva "Il buio oltre la siepe", l'equivalente in letteratura di una ghigliottina per il pregiudizio razziale negli Stati Uniti degli anni Cinquanta.
(Se non l'avete ancora letto vi restano due cose da fare alla svelta : comprarne una copia e guardare il bellissimo film)
Nel 1962 uscì il film, appunto, tratto dal omonimo romanzo, diretto da Robert Mulligan,  quello con il bravissimo Gregory Peck nella parte di Atticus Finch. In bianco e nero certo, roba di altri tempi, ma di quei capolavori che non sbiadiscono mai.
Harper scrisse poco altro. 
Aiutò l'amico Truman Capote nella stesura del grandissimo "A sangue freddo" (anche questo da non perdere, interpretazione magistrale di Philip Seymour Hoffmann).
Per il resto, Harper preferì il silenzio e i libri alle interviste e alle prime pagine.
Da buona lettrice, da donna scafata, da persona intelligente, andava ripetendo: 

"I libri migliori non sono quelli che ti dicono cosa pensare, ma sono quelli che ti fanno pensare". 

Come sempre, fece la differenza


Una scena del film omonimo con Gregory Peck nel ruolo di Atticus Finch
Locandine originali

CHI & COSA: Siamo tutti perdutamente ...Lost in Austen!

martedì 5 settembre 2017

Per il bicentenario, metteranno il suo volto sulle sterline.
È universale pur essendo locale, conosce l’animo umano e lo racconta alla perfezione, i suoi personaggi sono indimenticabili, con due aggettivi riesce a inventare una persona, inoltre, volente o nolente è molto cinematografica...Di chi stiamo parlando? Ma della mitica Jane Austen.
Fino a qualche anno, fa Jane Austen era considerata la cosa più inglese mai prodotta dalla letteratura. Tutti, dagli americani ai cinesi, la leggevano perché era così folk, così pittoresca: la verde campagna, i meravigliosi giardini, le dimore più o meno nobili, i gentlemen e non... Adesso, invece, tutti la leggiamo perché consideriamo i suoi libri universali.  Partendo dal suo minuscolo fazzoletto di mondo, è riuscita a parlare a tutti noi.  In passato,  alcuni avevano intuito la genialità della Austen. Tomasi di Lampedusa diceva che era una dei pochi scrittori - come lei Proust, Balzac e Dostoevskji - capaci di inventare un mondo. Eppure quando esce Ragione e sentimento, nel 1811 presso l’editore Thomas Egerton, in copertina c’è soltanto l’intestazione “by a Lady”, scritto da una donna. 

Le spese vengono sostenute dal fratello Henry, ma il romanzo andrà abbastanza bene da convincere Thomas Egerton a comprarle il successivo. Quell’Orgoglio e Pregiudizio che, in una stesura precedente e col titolo di Prime Impressioni, era stato rifiutato da un altro editore. Auntie Jane, come la chiama il nipote nel memoir, scritto dopo la sua morte, ha sempre pensato a sé come uno scrittore, nonostante tutti intorno a lei considerassero questa sua passione una bizzarria, un hobby. Woolf racconta che lei sedeva davanti a un tavolino piccolo, tutto il giorno, e mentre scriveva i familiari le passavano accanto, indifferenti. Il padre di lei, un pastore anglicano, si occupa personalmente dell’educazione delle due figlie femmine, Jane e Cassandra (mentre i sei figli maschi vanno a scuola). Ha una biblioteca molto fornita e Jane legge molto.
Jane Austen diventa scrittrice perché è una grande lettrice.
La cosa interessante dei suoi romanzi è proprio la contemporaneità: Austen sceglie di scrivere di quello che le sta intorno, di quello che vede e ascolta, della realtà. Niente re e principesse. Nonostante sia stata accusata di non essersi occupata della Storia, delle cose enormi che avvenivano in Inghilterra in quegli anni - le battaglie luddiste, la schiavitù, le guerre - a me è sempre sembrata la scrittrice più marxista che ci sia. Perché dice una cosa semplice e cruciale:
La libertà è una questione economica.
E questa spiega anche perché Virginia Woolf la amava così tanto. Austen viene accusata di parlare solo di matrimonio, ma il matrimonio è la società stessa, il modo in cui stiamo insieme. E lei ne analizza le regole, le ridefinisce. Le sue donne mi ricordano le donne di Shakespeare per la coscienza etica e anche linguistica. Sono franche, dicono la verità. Sanno dire di sì ma anche di no, sanno coniugare ragione e sentimento e in questo modo costruiscono un mondo migliore. Migliore anche per gli uomini. La coscienza femminile crea libertà, per gli uomini e per le donne. Pensiamo alla biografia di Jane Austen: quando muore il padre, lei, la sorella Cassandra e la madre diventano un peso sulle spalle del fratello maggiore. Se una donna può affermarsi, auto-governarsi, mantenersi, libera gli uomini da un compito che probabilmente non desiderano avere. Perché Austen ha un’idea del destino che deve compiersi in una vita sociale, condivisa. È positiva e positivista, oltre che comica.  Jane Austen, come Virginia Woolf, era una razionalista, e le sue idee mi sembrano ancora più moderne delle nostre.
Se le donne si lasciano trasportare dal sentimento e trascurano la ragione, vanno incontro alla sofferenza.
La sua prosa è così semplice che, paradossalmente, diventa difficile da tradurre. Pensiamo all’aggettivo plain. In italiano diventa “insignificante”, indica qualcosa che non ha ombre né orpelli, in cui tutto è esposto. Una ragazza plain è bruttina, per niente fascinosa... ma plain ha anche l’accezione di virtuosa. Decency è la parola che la rappresenta. Decenza, ma nel senso di normale, senza eccessi, laico, civile. Molto, molto inglese. E pochissimo italiano... Jane Austen fa in tempo ad accorgersi del suo successo? Forse no, ma di certo, anche se muore a poco più di quarant’anni, fa in tempo a capire che è stata presa sul serio come scrittore.

BRICIOLE DEI LOST IN AUSTEN...Non aprite quei contenuti extra!
I lettori di Jane sono sempre affamati. Hanno trascorso parte della vita a cercare qualcosa che somigliasse se non a Orgoglio e Pregiudizio, almeno all’Abbazia di Northanger. Periodicamente ci si placa con una nuova messa in scena Bbc, a volte con un più sintetico riadattamento hollywoodiano. Ma tutte noi abbiamo fatto definitivamente i conti con la disperante realtà: di libri non ne verranno altri. Così ci accontentiamo di briciole. 
Come queste. 
1. La leggendaria serie Bbc del 1995 che lanciò Colin Firth è nota per essere la lettura di Orgoglio e Pregiudizio più fedele al testo. Molti sanno che il catalizzante bagno nel lago di Firth è l’unica scena inventata, ma va ricordato che per la Gran Bretagna fu un evento storico. Durante la trasmissione il Paese si fermò, come da noi può succedere solo per una finale dei Mondiali di calcio. 
2. Sempre su Orgoglio e Pregiudizio, il film del 2005 di Joe Wright è un’altra eccezionale pietra miliare. Fedele alla trama, omette però alcuni personaggi, e stravolge l’ultima scena. Il che sarebbe già imperdonabile, ma il peggio deve ancora venire: il finale alternativo incluso nei dvd per il mercato americano è spaventoso. Se siete in tempo, non aprite i contenuti extra. 
3. Le austeniane regalano alle figlie: Il diario di Lizzy Bennett (di Marcia Williams) già all’inizio della prima elementare, prima ancora che abbiano imparato a leggere. 
4. Per chi ha amato Orgoglio e Pregiudizio da giovane ma non è andato oltre: in età matura non perdetevi Persuasione. 
5.  Le austeniane ringraziano!




Libri e film un binomio che aiuta l’intelligenza emotiva

mercoledì 26 luglio 2017

Quando i bambini s’immedesimano nei personaggi dello schermo grande o piccolo che sia sviluppano l’empatia
Oltre ai libri, anche i film e le serie tv sono materiale prezioso per sviluppare l’intelligenza emotiva dei bambini e dei ragazzi. Lo sostiene una ricerca dell’Università di Bielefeld (Germania), che dimostra come i giovani spettatori si identifichino nei personaggi e nelle loro emozioni. Ma che cos’é l’intelligenza emotiva?

L’espressione intelligenza emotiva (Ie) indica la consapevolezza delle emozioni proprie e altrui. È stata coniata nel 1990 da due psicologi statunitensi e resa popolare 5 anni dopo dal best seller omonimo di Daniel Goleman

spiega Valentina Liuzzi, psicologa a Como e vicepresidente del Mippe - Movimento italiano di psicologia perinatale

In concreto, comprende una serie di abilità complesse, indispensabili nella quotidianità: percepire le emozioni, decodificarle e riconoscerle sia negli altri sia dentro di sé. Chiunque può arricchire il proprio bagaglio di Ie, per esempio osservando e collezionando esperienze di contatto umano che aiutino ad assumere il punto di vista altrui. Non é possibile, però, vivere in prima persona tutte le esperienze, soprattutto per i bambini e i ragazzi. Ecco allora che entrano in gioco le storie i cui protagonisti sono soggetti umani o umanizzati che vivono esperienze, provano emozioni e le suscitano

COSA PUOI FARE NELLA PRATICA

Per lo sviluppo dell’Ie esistono pellicole e programmi più o meno adatti e di qualità, sottolinea la psicologa, conviene perciò informarsi leggendo le recensioni. Per rendere efficace la visione, potrebbe essere utile, leggere il libro da cui proviene il film o la serie, per esempio, condividerlo con il figlio e poi discuterne. Lui non si fa avanti spontaneamente con le sue impressioni, emozioni e domande? Si può stimolarlo raccontando come ci si è sentiti durante una certa scena, oppure accennare una riflessione. Se è un adolescente, è molto probabile che voglia guardare i telefilm da solo: una scelta da rispettare dopo essersi informati sui contenuti e avergli chiesto perché vuole seguire quella serie anzichè un’altra. Dimostrando interesse, magari chiedendo notizie sullo sviluppo della trama, si potrebbe ricevere l’invito a guardare.

Da: Starbene · 20 Giugno 2017 · di Francesca Trabella

Anna dai capelli rossi: diventa una serie TV

martedì 25 luglio 2017

Netflix ha pubblicato il primo trailer di un remake
più contemporaneo dell'anime giapponese che affronterà anche tematiche importanti:
dal bullismo all'identità

Un classico di animazione e letteratura, riadattato così da poter essere serie televisiva. Anna dai capelli rossi, la cui storia di riscatto e caparbia è rimasta immutata, debutterà su Netflix il 12 maggio. Otto gli episodi della produzione, il cui primo trailer ha mostrato come, accanto alla storia creata nel 1908 dalla scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, possano coesistere temi che la cronaca contemporanea vuole essere caldi. Anna Shriley, più ottimista e solare della ragazzina animata che – nel 1979 – l’ha portata in televisione, è l’orfana di sempre, finita dopo diverse peripezie umane e burocratiche a Green Gables. Nella cittadina, è ospite inattesa dei fratelli Marilla (l’attrice Geraldine James) e Matthew Cuthbert (l’attore R.H. Thomson), la cui vecchiaia e solitudine è la stessa cui si è fatto riferimento nell’anime.
La quiete, però, di quel paesino non è la medesima cui il cartone animato ci ha abituati. Perché Anna Shirley, che nella serie televisiva avrà il volto della giovanissima Amybeth McNulty, sembra essere la versione, dinamica e ottimista, della ragazza dai capelli rossi. Determinata a trovare il proprio posto a Green Gables, la tredicenne è forte e incosciente, specchio di quel che ogni ragazzino dovrebbe essere.
Più leggera dell’anime omonimo, la serie tv di Netflix ha scelto poi di utilizzare le nuovi doti di Anna per esplorare tematiche estranee al romanzo originale. Bullismo e femminismo, ricerca di un’identità e derive del pregiudizio sono alcuni degli elementi con cui si è sostanziata la trama dell’opera.

DAL LIBRO ALLO SCHERMO: Il libro della giungla di nuovo al cinema

giovedì 20 luglio 2017

TRAMA: Il cucciolo d'uomo Mowgli è cresciuto con il branco di lupi di Akela e mamma Raksha, nel rispetto della legge della Giungla. Al termine della tregua dell'acqua, però, la tigre Shere Khan torna a cercarlo: lei non ha rispetto del territorio altrui e finché non avrà Mowgli tutti i lupi saranno in pericolo. Il bambino decide allora di lasciare il branco, per proteggerlo, e la pantera Bagheera, che per prima lo portò ai lupi quando era piccolissimo, s'impegna a condurlo là da dove è venuto: al villaggio degli uomini. Il viaggio per arrivare a destinazione è quello per diventare uomo, o accettarsi tale, e passa, per Mowgli, dalla conoscenza di altre specie animali (i preziosi elefanti, architetti della natura, o le ambiziose scimmie di re Louie) e dalla vita in compagnia dell'orso Baloo, goloso e giocherellone: la metà morbida della coppia genitoriale che forma con Bagheera, più ansioso e normativo, e che fa del Libro della Giungla una splendida storia di famiglia ricomposta. 

Da aprile nelle sale italiane è approdato il nuovo film Disney “Il libro della giungla” nella sua versione live-action, ossia “con attori veri”, sebbene di fatto l’unico vero interprete in carne e ossa in tutta la pellicola sia Neel Sethi. Parliamo del piccolo scelto fra milioni di candidati ai provini che ci sono stati negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Nuova Zelanda e in Canada che è riuscito a stupire tutti con la sua ottima performance nei panni del coraggioso Mowgli sul grande schermo. Non deve esser stato semplice recitare tutto da solo, e soprattutto alle prime armi, in un film interamente realizzato con il ricorso al digitale.
La regia del film porta la firma di Jon Favreau, noto per i suoi  ricchi effetti speciali. Non ci stupiamo dunque nel trovarci di fronte a una pellicola che ha ricostruito la giungla e i suoi abitanti grazie a innovative tecniche cinematografiche come il rendering fotorealistico, immagini generate al computer e la motion capture. Del resto non sarebbe potuto essere altrimenti e il risultato, soprattutto per chi ha l’opportunità di godere della proiezione in 3D, è sorprendentemente eccellente.
La trama si propone agli spettatori fedele al cartone animato del 1967, l’ultimo classico curato da Walt Disney in persona prima della sua morte. Si conserva perciò ancora lontana dai contenuti reali del capolavoro letterario di Kipling per adattarsi maggiormente a un pubblico di bambini e famiglie. Tuttavia questa variante arricchisce la storia di Mowgli che tutti conosciamo con preziosi dettagli e alcune modifiche dovute. Piccoli accorgimenti tesi al miglioramento. Si pensi alla decisione di rendere Re Luigi un Gigantopithecus (gigantesca specie di primate estinta da milioni di anni), dai modi allusivamente mafiosi, perché gli oranghi non sono nativi dell’India oppure al doppiaggio femminile del serpente Kaa (Scarlett Johansson in America, Giovanna Mezzogiorno in Italia) per equilibrare la presenza di troppi maschietti.
La vicenda appare più lineare nella narrazione, offre maggiori spunti di empatia e personaggi dotati di più spessore. Il tutto ci dà la possibilità di assaporare una trasposizione de “Il libro della giungla” sicuramente più matura rispetto alla precedente, senza però rinunciare alle intoccabili canzoni che, come “Lo stretto indispensabile”, da generazioni hanno inciso la storia del piccolo selvaggio allevato da lupi, pantere e orsi nei cuori di grandi e piccoli.
Un consiglio: prima di andare al cinema leggete il libro dello scrittore, Premio Nobel per la Letteratura, Rudyard Kipling da cui hanno origine le trasposizioni cinematografiche. È indimenticabile!

I classici per bambini e ragazzi al cinema: la letteratura da vedere


Ci sono cambiamenti che, probabilmente, letteratura e cinema hanno compreso già da molto tempo: il nuovo rapporto tra la new digital generation e la memoria di un passato culturale che non può essere ignorata, ma non può, d’altro canto, essere ancora data alle tradizionali vie di comunicazione. Se, fino a poco tempo fa, la prassi era: “vedo il film, perché è tratto da uno dei miei libri preferiti”, i ragazzi sono abituati, ormai, al contrario: al “mamma, voglio leggere il libro perché il film mi è piaciuto”.
È questo che ha fatto la fortuna delle note saghe appartenenti al filone fantasy, dalle vicende dell’adolescente mago Harry Potter, dapprima fenomeno letterario ad opera della scrittrice J.K. Rowling e successivamente trasposto al cinema, fino alla famosa Trilogia degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien  diventata, grazie alle ambizioni di Peter Jackson, un caso cinematografico, per incassi e successo.   
L'animazione fa rivivere i classici. Le storie della letteratura vengono attualizzate e riadattate al fine di renderle “leggibili e appetibili” anche al pubblico più giovane.
Questo è il motivo per cui il cinema ha deciso di cavalcare l’onda del “fenomeno 3D” con i suoi occhialini e la sensazione di trovarsi dentro ad un videogames, realtà tanto vicina ai ragazzi e plasmabile a livello di contenuti, tanto da essere utilizzato per riproporre i classici della letteratura:  basti pensare a Hugo Cabret di Martin Scorzese  sulle orme dell’omonimo romanzo di Brian Selznick, così come I tre moschettieri di Paul W.S. Anderson tratto dal romanzo di Dumas. Quest'ultimi seguaci di operazioni già sperimentate da Tim Burton con la sua digitalizzata Alice in Wonderland, dal classico di Carrol e La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, oppure da Zemeckis che trasporta il Canto di Natale di Charles Dickens in A Christmas Carol.

Ma anche senza la tridimensionalità, grazie a Dio, la letteratura conserva sempre il suo fascino.
Per questo c'è un grande rispolvero da parte del cinema verso i classici, soprattutto perché permetteno di attirare una larga fetta di pubblico giovane ma anche di ri-sensibilizzare quel pubblico adulto, risvegliando i ricordi delle letture di solito fatte in giovane età.

Alcuni suggerimenti "Classici", molto indicativi,  perché
in genere i  Grandi Classici sono senza tempo e  per tutti:

Dai 5 anni

Il libro della giungla - Wolfgang Reitherman
Pinocchio  - Luigi Comencini
Matilda sei mitica - Danny DeVito
Il Mago di Oz - Victor Fleming 

Da 7 anni

Nel paese delle creature selvagge - Spike Jonze 
Le cronache di Narnia -  Andrew Adamson
I tre moschettieri - Paul W.S. Anderson
Le avventure di Tin Tin - Steven Spielber
20.000 leghe sotto i mari - Richard Fleischer
La fabbrica di cioccolato - Tim Burton
Il GGG - Il Grande Gigante Gentile - Steven Spielberg 
Beauty and the Beast – Alan Menken
Il Libro della Giungla - Jon Favreau

Da 10 anni

Oliver Twist - Roman Polasky
Harry Potter - Registi vari
Il signore degli anelli - Peter Jackson
Percy Jackson e gli dei dell’olimpo - Chris Columbus    

About a Boy - Paul e Chris Weitz 
Pan. Viaggio sull’isola che non c’è - Joe Wright
Sette minuti dopo la mezzanotte - Juan Antonio Bayona

☺︎Benvenuto!

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