Quando arrivo alla fine, il cuore resta all'inizio.
E dà compimento a questo andare sempre abitando uno sguardo doppio, quello sotto-maschera visibile dagli occhi e la maschera, sguardi che puntano in direzioni differenti l'uno dall'altra, avanti o indietro, ma anche verso il lettore, come a chiedere di essere seguita o di trovare insieme al lettore un senso a quell'andare.
L'unica cosa che sembra essere certa di questo viaggio è che c'è un inizio e c'è pure una fine, ma né l'uno né l'altro sembrano poter diventare luoghi in cui provare a fermarsi, costruire un'appartenenza. A un certo punto la ragazzina si ferma a metà, s'inchina - che gesto potente! - ed è allora che la scena si anima di oggetti-metafora - una radio, una pianta di agrumi, un letto - e la ragazzina prova a restare.
È un albo potente questo, che scuote, sradica, e lo fa quasi in silenzio, ma anche dentro il silenzio che c'è attorno alla ragazzina. È il silenzio quindi ad amplificare il potere detonante di questo andirivieni i cui grigi soldati, rappresentati in modo rigido quasi fossero soldatini giocattolo, rendono forzato.
Una migrazione tra luoghi che mette in scena la visione di un Altrove con cui la ragazzina è costretta a fare i conti, e alla quale risponde mettendosi in ricerca, scegliendo un punto di osservazione che le consente di vedere qui e lì, di stare in una sorta di terra di mezzo, in attesa di costruire quell'appartenenza dentro di sé e verso se stessa.
Una narrazione che sa raccontare la migrazione conseguente alla guerra in un momento per la ragazzina di ricerca anche di un volto, di un'identità intima, nuova. E allora l'urgenza di un rifugio, di una casa in un paese dove non ci sia la guerra, diventa anche ricerca di sé in senso ampio, a tal punto che la ragazzina in un passaggio dice:
Sono stanca, mi alzo. Trascino il mio mare verso l'inizio.
Questo suo mare che le si agita dentro e che trascina dietro di sé e nel quale si avvolge facendolo diventare una coperta, a sua volta dunque un nuovo rifugio, sarà quello che, come unico elemento di autenticità e sebbene profondo e a tratti inquietante, le consentirà di riprendere il viaggio, di poter provare ancora a trovare, anche attraversando luoghi inospitali, un volto e una casa cui appartenere.
L'autrice, Ala' Kraman, palestinese, e l'illustratrice Haya Halaw, siriana, entrambe rifugiate in Europa a causa delle guerre che devastano i loro meravigliosi paesi, hanno saputo con una narrazione straordinariamente evocativa e con illustrazioni di forte impatto visivo - meravigliosa per me è questa maschera messa quasi a protezione del volto e che ha sempre un orientamento altro, quasi a significare questa incertezza dell'essere - metterci in mano quel filo che la ragazzina protagonista tiene a volte nel becco a volte in mano, e guidarci con delicatezza ma anche senza sconti in questa dimensione reale ed esistenziale dello spaesamento, divenendo parte di quel processo di ricerca di una casa intima e accogliente dove poter essere libere e sicure.
Particolarmente interessante risulta inoltre la scelta, da parte della casa editrice, di affiancare alla traduzione anche la lingua originale che sembra, trattandosi dell'arabo, quasi diventare la scrittura di quel filo, parole germogliate proprio anche dall'esperienza di camminare sul filo, sul filo anche delle parole.
La traduzione è a cura di Alessandra Amorello che ha fatto un lavoro eccezionale. L'illustratrice Haya Halaw è risultata essere finalista alla Children's Book Fair 2025 e che a breve aprirà i battenti.
Un albo davvero imperdibile sul quale continuare a fermarsi insieme con la protagonista in quella metà e riprendere ad avvolgere, chissà anche noi, un filo dentro e tra i paesi, non solo tra le storie.
Per voi Piccoli Lettori Crescono
INFORMAZIONI TECNICHETITOLO: Seguo il filo
AUTRICE: Ala' Kraman
ILLUSTRATRICE: Haya Halaw
TRADUTTRICE: Alessandra Amorello
EDITORE: Bibliolibrò
DATA DI PUBBLICAZIONE: 2025
FORMATO: cartonato, illustrato, 25x15
PAGINE: 56
ETÀ DI LETTURA:
ISBN: 978-88-99275-19-8
PREZZO INDICATIVO: euro 14,50